
Leggenda narra che il primo Luglio del 1975, a Detroit, nello stato del Michigan, sulla porta di casa Stevens, avvolto nel cellophane di una confezione di latte e con al polso un' etichetta che recitava "I love you", venisse trovato un bambino, senza nome nè casa, con un folto ciuffo di capelli marroni. Quel bambino sarà accolto dagli stessi Mr. & Mrs. Stevens, che dopo poco lo faranno battezzare dal misterioso santone indocinese Bapak, che guidava la setta della quale facevano parte e che per lui scelse il nome che fu del valoroso guerriero armeno, Sufjan, che per difendere la sua principessa dovette vedersela contro diecimila dragoni...e con successo. Letteralmente "colui che viene con la spada", alle armi da taglio il nostro preferirà sin da bambino imbracciare una chitarra e scrivere versi.
Abbandonato il primo gruppo, i Marzuki, nel 1999 Sufjan comincia la carriera solista e dà alle stampe "A Sun Came". Esemplare nel mescolare un indie lo-fi e suoni lontani, etnici e fuori dal tempo, che si sposano a meraviglia negli arrangiamenti, Sufjan ci appare come un giovane autore, capace di guizzi, ma ancora in cerca del suono che lo identifichi al meglio. La canzone che dà il nome all'album oppure "Wordsworth Ridge", che con poche soffici note orchestrali, sembra trascinarti in una favola dei Grimm, sono un esempio del suo talento, che sarà comunque destinato a stupirci.
Stevens, per il secondo album, nel 2001, cambia decisamente registro e cosi' dà vita ad un "concept album", sullo zodiaco cinese, interamente elettronico, che rimanda vagamente a figure eccellenti come Brian Eno.
Poi Sufjan rimane folgorato da una sua stessa idea, tanto folle quanto geniale : scrivere, arrangiare e dedicare un album per ognuno degli Stati Uniti D'America. Bizzarria si, ma anche il progetto di un artista incredibilmente creativo e ambizioso. Con quale stato cominciare, se non con quello natale, il Michigan e l'amata Detroit. "Greetings from Michigan; The Great Lake State" è un album che segna la svolta,che dà un segno tangibile di avvicinamento al suono che cerca l'artista, che da smanioso alchimista qual è, mescola, su di un oggetto discoidale plastificato, la genialità del compositore americano Steve Reich (l'amato Music for 18 musicians), le improvvise e spiazzanti accelerazioni e brani suonati con ritmi, tempi insoliti à la Frank Zappa, qui e li' versa come aceto balsamico del Jazz sulle tracce, il tutto su di un tappeto al quale lui probabilmente non rinuncerà mai, l'indie e la tradizione folk e country americana. Tuttavia ci sono dei brani, che, ancora ci si chiede in quale modo,riescano a fermare il battito del cuore, arrestare le lancette dell'orologio e farti sentire in un istante, come se una grande mano, paterna, la stessa che ci ha accompagnato al cortile della scuola il primo giorno, ci stringesse tutti...
E' l'ora quindi di "Oh God Where are you now" . Silenzio. Il pedale malandato di un piano da chiesa, il coro di bambini che stanchi trascinano il peso di essere nati e tutti con una lacrima che è li' sul volto, indecisa se rimanere sulle gote o cadere disperata sul pavimento. Poi la voce di Sufjan, serena, pacata, sussurra quella che potrebbe diventare una sorta di preghiera del nuovo millennio. Gesù Cristo scende dalla croce, soffia sull'unica candela accesa poco avanti all'altare, apre le porte della chiesa e comincia a vagare per Detroit, in cerca di un bar che faccia dignitosamente un caffè forte, per poi ricominciare a vagare a piedi nudi all'infinito..."Say Yes To Michigan". Le prime volte che l'ascolti, quelle note sembrano prenderti per la mano, portarti in un sottobosco abitato da bambini dalla bocca perennemente sporca di cioccolato al latte e folletti benigni, che dietro robuste cortecce s'iniettano a vicenda illecite dosi di zucchero diluito in acqua per endovenosa...
Passa appena un anno ed ecco Seven Swans, un album interamente dedicato a "JC" e alla creazione, a dimostrare ancora una volta quanto sia vicino alla cristianità questo artista, che nell'evocativa quanto fraintendibile "To be alone with you", che può apparire fino all'ultimo verso un'adolescenziale canzone d'amore dedicata ad una ragazza, ci sconvolge ancora confessandoci di non aver mai conosciuto un uomo che lo avesse amato quanto Lui. Un album che, a differenza di Michigan, ci appare più "tranquillo", come un lungo pastorale, tutto banjo e chitarre, senza scelte stilistiche singolari, ma che Sufjan rende incredibilmente profondo, cantando con l'intimità, con la quale si legge l'ultima pagina del diario di una adolescente, suicida appunto, nel Michigan.
Ed arriviamo all'ultima creatura : "Illinoise - Sufjan Stevens Invites You To : Come On Feel The Illinoise". Sufjan prosegue il viaggio, lo vedi col suo cappello da cowboy, a capo di un piccolo esercito del bene, composto da tanti folletti che si barcamenano egregiamente tra tanti strumenti; chi suona il flauto traverso, chi la tromba, chi s'impegna a ricamare melodie vocali ed accompagnare con dedizione. Riappare Steve Reich e la sua bacchetta magica, cosi' come il fantasma di Nick Drake che appoggiato ad un albero lo guarda e talvolta gli sorride. Ballate tra le più belle mai scritte, come quella "John Wayne Gacy Jr.", dedicata alle vittime del famoso serial killer, oppure la fantasiosa "Chicago" e la folle "Come On! Feel The Illinoise Part 1". Un musical visionario con brani dai titoli buffi e lunghissimi. Probabilmente il suo album più completo.
Sufjan Stevens è più americano del tacchino il giorno del Ringraziamento. Sufjan Stevens è il grande vecchio vestito di stracci che si dondola sul patio, aspirando un po' di libertà da una vecchia pipa. E' la domenica mattina, del padre e del figlio che vanno a pesca. E' il luogo segreto di ogni bambino, li' dove poi si stende a sorridere con gli occhi al cielo e ad ascoltare le sinfonie del vento fra i fili d'erba.