lunedì, 27 novembre 2006

Oedipa

 

Ostentava la sua collana di poco conto, senza pudore alcuno. Il suo tiepido collo sembrava dicesse "Sai che non puoi avermi" e chiuse gli occhi. Due dita esili si allontanarono, non senza rimpianti, dal palmo materno ormai esangue, per cingere una sigaretta e rotearla ipnoticamente.

L'insana fede repubblicana della sua famiglia si evidenziava volgarmente in ogni angolo della casa e del suo corpo; crocifiggeva il mio sguardo e tutto ciò che avrei dovuto lasciare prima di varcare la porta d'ingresso. Avanzi di spirito e quant'altro.

Aveva impresso le sue labbra sulle mie già da tempo. Feriale solitudine avvolta in robuste palpebre. Distesa. Sfogliò il mio malessere in rilegatura d'occasione. Impietosa inferse i suoi colpi e diluii il suo odore in narici apprensive. Desiderio sospeso a mezz'aria fra le stoviglie da lavare; poi l'asma di un bambino o poco meno.

Sorrise. Di quei sorrisi che non fanno male e mi rivestì silenziosa. Sperai che fossi morta e strinsi i pugni. Aprii gli occhi e c'ero anch'io.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 19:33 | Permalink | commenti (6)
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lunedì, 23 ottobre 2006

No caminho Pray

Vossignoria sa, vivere è molto pericoloso...

L'inadeguatezza dell'essere, che si spoglia delle sue poche vesti, si adagia in un angolo intriso d'essenza, si porta le ginocchia al petto e si nutre di sè, in un gioco chiaroscurale, nel quale non è chiamato solo l'essere corporeo, ma anche quel metafisico non essere, quelchenonsivede, che si avvolge nell'ombra e che alle volte esiste più di ogni altra cosa.

Joao Guimaraes Rosa, esibisce una tavolozza atemporale di colori sgargianti, di suoni e parole mai uditi prima, creature che si muovono sull'impercettibile linea che separa ed unisce la realtà e la finzione e gli uomini, le donne come fluidi a completare un affresco eccessivo, che si muove come feto fino a straziare, fra l'infinito ed il nulla, cosi' vicini.

L'inadeguatezza dell'essere. Eccessivo.

Il Sertao poi, remoto teatro di esistenziali gesta rusticane, sudore e mandrie, selle e cavalli, revolver brucianti. Il Sertao, come una sorta di State of mind, oppure pianoro, altipiano dell'anima, che volteggia silenziosa, fragile. Ed una crepa nel mezzo. Bene e Male, ormai stanchi, masticano del mascavato dondolandosi su di un amaca, sotto l'ombra instabile di un buritì esile.

L'inadeguatezza di una Terra, il Brasile. Terra di contraddizioni, questa volta non soddisfa la secolare sete di stereotipi occidentale ma inebria di diesis il lettore, sconvolge a colpi di realismo e pugni allo stomaco, revolverate e sangue necessario. Riobaldo, Diadorim e nulla è più come sembra. Joao Guimaraes Rosa emula il San Francisco, torrenziale e con la sua innovazione linguistica, scorre lungo le pagine inarrestabile, portando via anche un po' di te, inevitabilmente; poesia rurale, magia crepuscolare quanto aurorale, ti porta su in cielo con gli urubù per poi sgretolare ogni tua certezza e scendere fin giù nel profondo, un attimo prima inaccessibile.

Il Diavolo esiste? Vossignoria sa...vivere è molto pericoloso.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 15:05 | Permalink | commenti (3)
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domenica, 17 settembre 2006

Bed on grey

 

Giaceva sottaciuto anche il resto, di liberazioni

Con parole leggere, che confondevano il vento.

Il raggelante latrare di una maledizione, poi

La Luna su, in alto, ad un respiro dal mattino.

Il tormento di un forse, che fuma nervoso;

Lacrimevole idillio, effusione del nulla;

Non temeva che il ritorno, di giorni più veri.

Mi riparavo a fatica, all'ombra del tuo soffuso gemere

L' Attimo prima che incontrasse la penna sul foglio.

Poi solo attimi dopo, di inconsistente lenire.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 22:35 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 07 luglio 2006

JackLondon aka MartinEden

 

In un'era di appiattimento culturale, di assuefazione alle orripilanze e turpitudini di ogni genere, l'amore per la bellezza, il piacere intimo della purezza e l'idealizzazione estrema dell'innamoramento, fanno di Martin Eden, un esempio da seguire, un personaggio che va oltre l'odore centenario della carta ed arriva dritto al cuore, vestito d'inchiostro e con una vecchia bussola nel taschino. Jack London, allora giovane scrittore di San Francisco, fece di Mart il suo proseguimento, il suo doppio che però non gli è opposto, ma anzi lo completa e ne segue le orme e le forme, fino ad ucciderlo, come ucciderà sè stesso.

Giovane marinaio della West Coast, figlio dello stereotipo ottocentesco del sottoproletario ineducato, Martin Eden difende Arturo Morse nel bel mezzo di una rissa. L'incontro col giovane rampollo e la conseguente frequentazione di ambienti nei quali nemmeno lontanamente avrebbe potuto immaginare immergersi, generano nel Nostro una sorta di presa di coscienza sociale che lo porterà a studiare, sospinto inoltre dal desiderio di meritare Ruth, sorella di Arturo della quale si era innamorato sin dal primo istante. Folgorazione virginale di bellezza eterea, inorridita dal suo incedere discorsivo sgrammaticato e biascicante, ma tremendamente affascinata dalla "diversità" del giovane marinaio, Ruth inizialmente incentivata più dalla pietà che dal senso dell'amore più strettamente riconosciuto, porterà Mart, sotto la propria ala protettrice come un'educatrice: raffinando il suo senso della bellezza; suonando il piano per lui e leggendo di Swinburne; frequentandolo e vivendo delle pacifiche ombre primaverili di Oakland, fino ad innamorarsene. Martin, una volta presa dimestichezza col parlare e lo scrivere del tempo, dotato di una sensibilità emozionale fuori dal comune, intreprenderà la strada solitaria della scrittura, comincerà a comporre versi e racconti per le riviste, estrapolando dalla vita reale ciò che di più crudo avesse visto e provato e cercherà orgogliosamente di vivere dei proventi e stimolato dagli stenti, nonostante lo scetticismo di Ruth e della sua famiglia sulle prospettive di una carriera come scrittore. Il successo arriverà troppo tardi, quando Martin, avrà già perso la fiducia ideologica nel Socialismo nonchè l'amore per Ruth. Smetterà di scrivere, smetterà di amare e pensare. Smetterà di vivere.

Nell'opera di London, del 1909, convivono le molteplici convinzioni dell'autore e le vivaci correnti filosofiche del tempo. Il naturalismo europeo di Zola come il realismo d'oltreoceano à la Crane, à la Dreiser, il positivismo evoluzionistico di Herbert Spencer, il Darwinismo sociale e l'anticipazione dello spirito avanguardista della Scuola di Chicago, sembrano banchettare e discutere, porsi domande e rispondersi lungo le pagine del libro, in un brillante convivial, supervisionato astrattamente da Georg Simmel. Polvere Nera. Dio di sè stesso, London, alla fervente passione ideologica per il socialismo, che fece arrivare le sue opere fino al venerando comodino di Lenin e Trotzky, oppose da sempre una sua infantile presunzione di superiorità rispetto ai suoi giovani coetanei, per la sua energia vitale e saggezza. Ed è proprio l'energia vitale più genuina, così come l'aspra denuncia al materialismo e alla superficialità delle classi borghesi nordamericane ad emergere dalla lettura, nonchè la sua feroce critica al "Superuomo Nietzschiano", che poi lo tradirà e si lascerà fraintendere dall'occhio distratto di critici troppo impegnati a stabilire e recintare canoni di bellezza. Rifiuto che lascerà su di lui, una ferita che mai verrà rimarginata.

Martin Eden incarna oggi lo spirito indipendente dell'artista, che non accetta i compromessi, anche a discapito della fama; non necessariamente scrittore, vive di ciò che lo circonda davvero, portando a noi la realtà della vita vissuta, fra le righe, gli spartiti o i fotogrammi, che, come vene irrorate da sangue e fango, stordiscono per la loro passione ed intensità; Jack London, al contempo, ci ha donato un altro dei suoi Eroi, che in fondo è Jack London stesso; Eroi dei quali voltata l'ultima pagina sentiamo già la mancanza e per i quali non c'è mai redenzione, mai il lieto fine. Mai.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 16:06 | Permalink | commenti
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sabato, 10 giugno 2006

a-pizza

 

Entrai nella stanza, dove trovai me stesso col fegato sgranato fra le mani, che ponendolo in controluce come negativi, cercava di capirne qualcosa. Mi sedetti accanto, dividendo la sedia con un tasso, che debolmente sbadigliava e debolmente farneticava qualcosa su Spencer. Ferite più o meno indelebili sfilavano baldanzose, portando in bella mostra i loro vessilli ed uomini in camice bianco poco dietro, col passo fiero e tromba alla mano, chiudevano solo apparentemente il corteo, ma il mio occhio non poteva andare oltre.

Il tasso biascicò due parole mentre lasciava la sedia per andar sul balcone, attratto dal canto afono di un mendicante, col quale s'imbrigliò presto in una delicata quanto accesa discussione filosofica, che portò il giovane a prendere a cuore Nietzsche, a fraintendere il nichilismo, a smettere di mangiare e lasciarci la pelle. Tutto in quell'istante, intriso dello stupore estatico di un Arcangelo bambino, rianimato dalle mani esperte di un taumaturgo di provincia, senza licenza.

Affrontai la folla imborghesita di presunti talenti che mi indicava con fare accusatorio. Critici arrivati da Chicago, emergevano dalle terre paludose della loro ostentata cultura per poi sedersi ad un cafe, piangere inchiostro in un bicchiere ed affogarvici dentro il loro ego.

Sue Helen il giorno prima ed il giorno dopo senza. Io e lei al lago, d'estate ed il tempo accarezzava i suoi vent'anni come il cancro che portava con sè da qualche giorno in una tasca, sfiorava appena la sua bocca e brandelli di vita alle pareti come istantanee, ferite da una punessa, perdevano sangue.

Jamie che nacque da noi, Jamie ed il suo ingenuo sillabare, Jamie e la tua voglia di vivere. Jamie che piange in giardino, Jamie a piedi nudi sul mio cuore, Jamie ha paura del vento fra gli alberi, Jamie imbraccia una chitarra. Istantanee dall'uomo della metropoli che sale in soffitta, si sente solo, si mette a pensare e si chiede tu dove sia ora.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 00:28 | Permalink | commenti (3)
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domenica, 07 maggio 2006

                      

 

Nick è un pensiero fatto persona. E' il working class hero, che immagini quando ti senti stanco di ciò che ti circonda e cerchi fra i pensieri qualcuno che sia più stanco di te, per rincuorarti. Nick (James Gandolfini) lavora come operaio su di un ponte a New York e guarda la vita di lontano, che gli scorre sotto i piedi. Nick sente che qualcosa sta per sfuggirgli di mano, che forse è ora di agire, cambiare qualcosa. Ed ecco Tula (Kate Winslet), rossa sgualdrina dal vestito vermiglio e probabilmente dall'anima purpurea, che turba e rigenera decisamente la condizione esistenziale del nostro. A casa c'è sua moglie, Kitty Kane (Susan Sarandon) che l'attende e le sue tre figlie, "arrabbiate col mondo" in una grottesca rappresentazione di devote al punk postmoderno, ma non lontana dalla realtà contemporanea. Nick tradisce la moglie e più volte; si fa circoncidere per il piacere di Tula e poi, si trova a scegliere tra la famiglia e l'adulterio, tra il grigiore della consuetudine e la "rossezza" della prostituta, tra il Bene ed il Male.

Musical proletario, Romance & Cigarettes è il terzo lungomentraggio dell'attore-regista italoamericano John Turturro ed una delle opere più originali viste quest'anno. Scelta del cast ottimale, con le tre figure centrali, in forma impeccabile e come tanti piccoli satelliti-sonda con la missione di portarci testimonianze e spaccati di "american true life" Steve Buscemi e Christopher Walken, che vanno ad aggiungersi alle già innumerevoli figure di rottura, presenti in questo film.

Visionaria, surreale e con un gran senso del ritmo e del colore, acquisito senz'altro dai frequenti lavori con un maestro del videoclip e non solo, come Spike Lee, la folle sceneggiatura di Turturro, trova il beneplacito e soprattutto i fondi dei fratelli Cohen, che producono la pellicola dopo esserne rimasti fortemente affascinati.

Descritta dalla critica distratta come "opera allegra, scanzonata e tendente al turpiloquio", è invece tutt'altro e solo un occhio molto superficiale potrebbe non vedere la profondità e l'intensità della trama e delle scene; Turturro accosta la vita alle canzoni e moltiplica la potenza evocativa delle immagini. Il sesso poi, che prima fa da sfondo, poi diventa protagonista in crescendo fino ad uscire di scena, prendendo posto nel film sotto le mentite spoglie della voluttuosa Tula.

Più di un tributo al cinema e alla canzone italiana (energica la riproposizione di "Ieri, oggi, domani" con la Winslet nei panni di una Sophia Loren, decisamente più corpulenta) come all'onirismo Felliniano.

Un film dunque dalle molteplici sfaccettature, ma in generale sull'amore, del quale, saggiamente, John Turturro, ne diventa, per centoquindici minuti il portavoce.

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venerdì, 05 maggio 2006

Sleeping Television

 

L'Aria sembrava essersi tinta d'un tenue azzurro per piacere al Cielo, che raccontava storie di marinai sempre ubriachi accompagnato dal delicato tinnire di una chitarra lontana. Il ragazzo sembra averci preso gusto e la sfida a guardarlo negli occhi mentre poggia i gomiti al bancone con l'aria di un grease di periferia, mentre lei si lascia andare ad una danza mai vista prima d'allora ed alza il volume del suo stereo dalla manopola malandata prima di passargli il resto e lo scontrino dalla cassa.

Distratta allucinazione suburbana e di lacrime sugli infissi in alluminio, madrigale di muratori da un'impalcatura e vetrine illuminate alla sera, quando hai voglia di sentirti a casa ma sei per la strada, sconvolta dal tuo disincantato innamorarti di chiunque mostri un minimo d'attenzione nei tuoi confronti e chiedi al Sole; rovente si riflette e infranto d'arancio fra infinite finestre e donne sfibrate d'asfalto preparano la cena maledicendo il buon Dio e la loro prigione di ferro e cemento. L'avvilente tossire degli arnesi da lavoro di un carrozziere. Fiumana di spiriti consunti ai bordi e inquieto grigiore carico di pioggia in uscita dalla circumflegrea.

La luce albina di un televisore lambisce appena il tuo viso mentre dormi e immagini in Technicolor lasciano il posto ad amari rimpianti di celluloide. L'umidità sulle mura sembra gradire la scena e ti sfioro i capelli cosi' come fa la vita senza renderti impura ai miei occhi e il mio cuore non può chiederti altro. Tra le mani una primula confessa i suoi pochi peccati e poi un singulto sofferto di polvere e il silenzio di giovani vedove in processione.

Un ascensore guaisce mentre mi allontana irrimediabilmente da te ed era quasi Novembre.

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martedì, 25 aprile 2006

Are you young?

 

Quando t'accorgi che la vita

E' un tenue filo sospeso

Ad un alito di vento

Ti aggrappi al tuo sogno di invincibile guerriero.

Ed è l'ultima guerra che perdi.

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martedì, 25 aprile 2006

 

E il divino coinvolge il mio velo

Di assurdi e infantili contrasti

Tra forme e inconsueti miraggi

Di sogni malvagi

Che lasciano spazio ad amori già infranti per altri.

Per me hanno solo il sapore del pianto.

 

postato da: SpikeLee1987 alle ore 16:10 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 18 marzo 2006

New York and a Flag

Tra le tende di una finestra chiusa distrattamente, un raggio di sole s'insinua curioso per poi accarezzarmi i capelli quasi a svegliarmi con disarmante dolcezza. Con le coperte a farmi da mantello mi nutro della penombra della mia stanza, guardo fuori la città che come un amante, si veste in tutta fretta per un nuovo giorno. Piccola mela che supera la fase r.e.m. del sogno americano, l'addento prima che si svegli del tutto, poi muovo a piedi nudi verso il frigo frugando vorace in cerca di vita, ne bevo qualche sorso prima d'accorgermi che un'espressione di amarezza s'arrampicava sul mio volto. Torno alla finestra ed ecco bambini che, vestiti d'estate montano sui loro cavalli che per oggi, giocano a fare le bici, in un pugno un lungo filo che tiene su in cielo un aquilone che arranca, s'accascia e poi di nuovo sarà il cielo.

Pozzanghera nera d'autunno, riprendi le tue foglie e vola lontano e fa in modo che quando voglia possa vederti, magari scrutando la schiena ingiallita di una fotografia oppure lo sguardo triste ed annoiato di mio padre, mentre ascolta un quartetto di viole sulla 29ma strada. Figli di Caronte, sulle loro schegge a motore, che inseguono l'urticante easy listening dei supermercati e cani che, quasi a dar vita ad un ultimo estatico squarcio vitale di un baffuto pittore della catalogna, fanno footing coi loro umani al guinzaglio al Central Park.

Pianoforte di soli tasti neri, su Crown Heights si spande l'essenza di uno spiritual crepuscolare senza confini, mentre nella stanza c'è il mio ego anestetizzato che ingravida la sua mano di clorofilla. "Il mio migliore amico ha venduto l'anima, ora ha una Lotus", diceva Rufus, prima che mi chiedesse dell'affitto che non riesco mai a pagare in tempo. Temo che questa sia proprio l'unica occasione per stare insieme mia cara, troviamoci presto, anche dovesse costarmi il silenzio.

Uscire di casa senza allacciare le Jordan, disimparare a camminare e rinascere ancora fra le tue braccia come se la notte non fosse mai esistita ed il sole fosse perennemente incerto tra il tramontare ed il sorgere. Le lacrime al cloroformio di mia madre, mentre un rivolo di trucco le scende su una guancia e lei che la leva via col dorso di una mano e Naima che incontra un ostacolo di polvere. E' forse li' gente che vi abita la perfezione.

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venerdì, 10 febbraio 2006

Tom Zè!

1975 - Irarà (Bahia) - 15:37 : Il Samba è li', seduto su di una vecchia sedia che conserva solo alle estremità un po' di vernice. Tom gli è seduto dinanzi, occhi fissi su di lui e non lascia trasparire emozione. Con gentilezza gli porge un bicchiere d'acqua e limone per digerire e lascia la cucina per andare ad impostare la lavatrice. Il Samba, beve nervosamente il bicchiere d'acqua e intanto si guarda intorno; c'è un gran disordine ed il pranzo non era stato il massimo, ma l'attrazione oggi era un'altra. Tom torna in cucina, il Samba non è più seduto ma affacciato alla finestra con gli occhi chiusi rivolti verso il sole ed un sopracciglio che trema leggermente. Tom attira l'attrazione rischiarandosi la voce, poi lo invita verso il bagno. Non una parola. Aperta la lavatrice non resta altro che immergersi e sperare che tutto vada per il verso giusto. Beatriz, la vicina è stata già avvertita, tempo dieci minuti e spegnere immediatamente quella macchina infernale. La vicina nasconde l'ilarità che suggerisce la scena con una mano che sa di nicotina sulle labbra, poi con l'altra, chiude entrambi nella lavatrice, riprende li', dove aveva lasciato il segno, il suo romanzo rosa, ignara di ciò che stesse accadendo in quel bagno e ricomincia a leggere.

Dieci minuti d'intensa centrifuga ed una volta fuori, grazie alla diligente Beatriz, i due ci appaiono in maniera diversa. Il Samba nient'affatto sconvolto, volteggia per la stanza sottoforma di sinuose crome e talvolta diverte gli occhi della grassoccia vicina formando spirali e chiavi di violino prima di svanire intrufolandosi tra le fessure di una finestra socchiusa. Tom invece barcolla, si aggrappa alla veste della donna, per poi abbandonarsi ad un primitivo gattonare fino ai piedi del suo letto, aprire un quaderno dalla copertina consumata e vomitarci su note, sincopi e bemolle che ordinate prenderanno il loro posto per poi essere suonate e dare vita ad uno degli album più importanti della musica brasiliana : Estudando o Samba, tassello fondamentale di quello che convenzionalmente viene chiamato "movimento tropicalista" e del quale facevano parte Tom Zè, Gilberto Gil, Caetano Veloso, Gal Costa e Maria Bethania. Questo album si' importante quanto poco considerato a suo tempo, verrà poi scoperto "miracolosamente" da David Byrne, che dopo circa vent'anni convincerà, senza particolari difficoltà, a dirla tutta, Antonio Josè Santana Martins, in arte Tom Zè, a ripubblicarlo per la neoetichetta Luaka Bop, dedicata interamente al musicista di Bahia.

Tom Zè si diverte nel frammentare e ricomporre generi musicali fortemente legati alla tradizione brasiliana. E cosi', dopo il tanto atteso e meritato successo per lo studio del Samba, Tom invita nella lavatrice anche il Pagode, genere che a differenza del più famoso Samba, si nutre di melodia e di un ritmo sempre claudicante. Esce cosi' nel duemilacinque l'album Estudando o Pagode, Na opereta segregamulher e amor. Il titolo rivela l'intenzione di Tom, di scrivere una sorta di operetta, di musical che avesse come tema di fondo il progresso e l'emancipazione della condizione della donna nel mondo. Dialoghi vivaci, caleidoscopio di personaggi che si avvicendano lungo le tracce, dando continuità alla trama del disco che come farfalla, si evolve da bruco in crisalide proponendoci in sottofondo guaiti, gemiti e amplessi per poi librarsi in volo nell'emblematica quanto provocatoria Elaeu, talkin' sull'anima, tra due omosessuali durante un improbabile Gay Meeting in Città del Vaticano. A Tom Zè, come voce femminile si alternano Suzana Alles, Jair Oliveira, Monica Fuchs, Luciana Mello, Patricia Marx e Zelia Duncan, rabbiose interpreti capaci di trascinarti per i capelli, pur di farti assistere all'accaduto e metterti a conoscenza di quella particolare condizione.

E' uno di quegli album che riescono a farti camminare sbilenco tutta la giornata, con la mente a rincorrere le melodie di quest'uomo che a settant'anni, nonostante l'ostilità di gran fetta di critica e il minor successo rispetto ai compagni "tropicalisti", è probabilmente uno dei musicisti più innovativi sulla scena, a smentire la massima comune, che vuole la creatività come qualità legata alla giovinezza e far sentire noi che siamo ben più giovani (ma nei suoi confronti solo d'età), ancora in tempo per poter fare qualcosa di artisticamente importante.

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martedì, 31 gennaio 2006

Sufjan and militia on the beach

 

Leggenda narra che il primo Luglio del 1975, a Detroit, nello stato del Michigan, sulla porta di casa Stevens, avvolto nel cellophane di una confezione di latte e con al polso un' etichetta che recitava "I love you", venisse trovato un bambino, senza nome nè casa, con un folto ciuffo di capelli marroni. Quel bambino sarà accolto dagli stessi Mr. & Mrs. Stevens, che dopo poco lo faranno battezzare dal misterioso santone indocinese Bapak, che guidava la setta della quale facevano parte e che per lui scelse il nome che fu del valoroso guerriero armeno, Sufjan, che per difendere la sua principessa dovette vedersela contro diecimila dragoni...e con successo. Letteralmente "colui che viene con la spada", alle armi da taglio il nostro preferirà sin da bambino imbracciare una chitarra e scrivere versi.

Abbandonato il primo gruppo, i Marzuki, nel 1999 Sufjan comincia la carriera solista  e dà alle stampe "A Sun Came". Esemplare nel mescolare un indie lo-fi e suoni lontani, etnici e fuori dal tempo, che si sposano a meraviglia negli arrangiamenti, Sufjan ci appare come un giovane autore, capace di guizzi, ma ancora in cerca del suono che lo identifichi al meglio. La canzone che dà il nome all'album oppure "Wordsworth Ridge", che con poche soffici note orchestrali, sembra trascinarti in una favola dei Grimm, sono un esempio del suo talento, che sarà comunque destinato a stupirci.

Stevens, per il secondo album, nel 2001, cambia decisamente registro e cosi' dà vita ad un "concept album", sullo zodiaco cinese, interamente elettronico, che rimanda vagamente a figure eccellenti come Brian Eno.

Poi Sufjan rimane folgorato da una sua stessa idea, tanto folle quanto geniale : scrivere, arrangiare e dedicare un album per ognuno degli Stati Uniti D'America. Bizzarria si, ma anche il progetto di un artista incredibilmente creativo e ambizioso. Con quale stato cominciare, se non con quello natale, il Michigan e l'amata Detroit. "Greetings from Michigan; The Great Lake State" è un album che segna la svolta,che dà un segno tangibile di avvicinamento al suono che cerca l'artista, che da smanioso alchimista qual è, mescola, su di un oggetto discoidale plastificato, la genialità del compositore americano Steve Reich (l'amato Music for 18 musicians), le improvvise e spiazzanti accelerazioni e brani suonati con ritmi, tempi insoliti à la Frank Zappa, qui e li' versa come aceto balsamico del Jazz sulle tracce, il tutto su di un tappeto al quale lui probabilmente non rinuncerà mai, l'indie e la tradizione folk e country americana. Tuttavia ci sono dei brani, che, ancora ci si chiede in quale modo,riescano a fermare il battito del cuore, arrestare le lancette dell'orologio e farti sentire in un istante, come se una grande mano, paterna, la stessa che ci ha accompagnato al cortile della scuola il primo giorno, ci stringesse tutti...

E' l'ora quindi di "Oh God Where are you now" . Silenzio. Il pedale malandato di un piano da chiesa, il coro di bambini che stanchi trascinano il peso di essere nati e tutti con una lacrima che è li' sul volto, indecisa se rimanere sulle gote o cadere disperata sul pavimento. Poi la voce di Sufjan, serena, pacata, sussurra quella che potrebbe diventare una sorta di preghiera del nuovo millennio. Gesù Cristo scende dalla croce, soffia sull'unica candela accesa poco avanti all'altare, apre le porte della chiesa e comincia a vagare per Detroit, in cerca di un bar che faccia dignitosamente un caffè forte, per poi ricominciare a vagare a piedi nudi all'infinito..."Say Yes To Michigan". Le prime volte che l'ascolti, quelle note sembrano prenderti per la mano, portarti in un sottobosco abitato da bambini dalla bocca perennemente sporca di cioccolato al latte e folletti benigni, che dietro robuste cortecce s'iniettano a vicenda illecite dosi di zucchero diluito in acqua per endovenosa...

Passa appena un anno ed ecco Seven Swans, un album interamente dedicato a "JC" e alla creazione, a dimostrare ancora una volta quanto sia vicino alla cristianità questo artista, che nell'evocativa quanto fraintendibile "To be alone with you", che può apparire fino all'ultimo verso un'adolescenziale canzone d'amore dedicata ad una ragazza, ci sconvolge ancora confessandoci di non aver mai conosciuto un uomo che lo avesse amato quanto Lui. Un album che, a differenza di Michigan, ci appare più "tranquillo", come un lungo pastorale, tutto banjo e chitarre, senza scelte stilistiche singolari, ma che Sufjan rende incredibilmente profondo, cantando con l'intimità, con la quale si legge l'ultima pagina del diario di una adolescente, suicida appunto, nel Michigan.

Ed arriviamo all'ultima creatura : "Illinoise - Sufjan Stevens Invites You To : Come On Feel The Illinoise". Sufjan prosegue il viaggio, lo vedi col suo cappello da cowboy, a capo di un piccolo esercito del bene, composto da tanti folletti che si barcamenano egregiamente tra tanti strumenti; chi suona il flauto traverso, chi la tromba, chi s'impegna a ricamare melodie vocali ed accompagnare con dedizione. Riappare Steve Reich e la sua bacchetta magica, cosi' come il fantasma di Nick Drake che appoggiato ad un albero lo guarda e talvolta gli sorride. Ballate tra le più belle mai scritte, come quella "John Wayne Gacy Jr.", dedicata alle vittime del famoso serial killer, oppure la fantasiosa "Chicago" e la folle "Come On! Feel The Illinoise Part 1". Un musical visionario con brani dai titoli buffi e lunghissimi. Probabilmente il suo album più completo.

Sufjan Stevens è più americano del tacchino il giorno del Ringraziamento. Sufjan Stevens è il grande vecchio vestito di stracci che si dondola sul patio, aspirando un po' di libertà da una vecchia pipa. E' la domenica mattina, del padre e del figlio  che vanno a pesca. E' il luogo segreto di ogni bambino, li' dove poi si stende a sorridere con gli occhi al cielo e ad ascoltare le sinfonie del vento fra i fili d'erba.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 23:01 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 04 gennaio 2006

Ed arriva un giorno che nemmeno te ne accorgi. Maria, come un geranio che vuol suicidarsi, rimane a prendere il sole sul balcone e tu che pensi a quanto tempo hai perso...Ed arriva un giorno, che nemmeno te ne accorgi. Melodia a sette passi dalla sublimazione, ma senza note, per non far rumore.

Con un dito, dipingi qua e là qualche nuvola e ti immagini lontano da qui; Rodrigo anche stasera piange, lo ascolto in silenzio, nel vano tentativo di cogliere nell'aria profumo di lacrime. Con la lingua a tentoni poco sopra le labbra, cerca di sentirne il sapore ed il cuore finalmente s'acquieta, ma per un istante...

Ed arriva un giorno che nemmeno te ne accorgi. Che guardi il cielo, capolavoro della mano sinistra di Dio e non sai cosa fare, colto dall'impotenza dei tanti "vorrei". Assolo incompiuto, Juliana anche stasera indosserà qualcosa di carino, metterà una parrucca e soddisferà l'alienazione orgasmica di qualche anziano derelitto di Bahia.

< Torpore alla vaniglia, grazie >.

L'amaro sorriso alla colla di Thiaguito, ti accoglie a Manaus, di notte, quando hai voglia di lanciare il tuo volto sul cuscino e pregare per chissà chi...Coro di angeli ai piedi del letto, vestiti di conchiglie e tu che ti senti a poco a poco più vivo.

Due fantasie, sporche di fango giocano in cortile e si rincorrono. Ed arriva un giorno che nemmeno te ne accorgi. Potrei sentire la tua mancanza stanotte, anche se non ti ho mai incontrata.

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giovedì, 29 dicembre 2005

Quale tempo ci ha uniti, che dolore l'addio...

Quale nebbia ci avvolge, chissà mai ti vedrò.

Nebulosa d'infanzia, forte ed austero ricordo,

Girasole d'inverno, stanco ti troverò.

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sabato, 24 dicembre 2005

John Coltrane - Blue TrainBlue Train, folgorante illuminazione; creatività ed improvvisazione prendono vita sottoforma di sinuose note che fuoriescono da un "tenor saxophone", suonato da un messiah, mandato in terra ad accelerare il progresso del Jazz, di nome "Trane".

Era il '57, il messaggero aveva trent'anni e l'America era in subbuglio per la lotta per la conquista dei diritti civili della comunità afroamericana, della quale faceva parte.    Era il '57 e John svelò al mondo una sua nuova creatura, quella della maturazione e della consacrazione anche da solista.

Sette tracce, che portano tutte verso la strada della perfezione. Sette tracce, tra temi centrali ed alternate take che portano una sola firma, John Coltrane (tranne "I'm old fashioned",di J.Kern e J. Mercer). La raggiante "Blue Train", che t'introduce nel suo mondo, col suo sax ed il riff che ti entra nella testa subito, come se ci fosse sempre stato."Moment's notice", anche qui gran ritmo, sincronismo perfetto con gli altri elementi del gruppo, che non sono affatto dei gregari, ma che di fronte alla luce di John Coltrane, appaiono in maniera di versa. Lee Morgan e Curtis Fuller, che sostengono John dando robustezza nei temi cantati all'unisono, si fanno sentire eccome; poi gli assoli di Kenny Drew al piano, il contrabbasso di Paul Chambers, tutti disciplinati sotto la sapiente direzione ritmica di "Philly" Joe Jones alla batteria."Locomotion", traccia tre e John ci dà ancora mostra della sua incredibile velocità con lo strumento e fa impazzire gli amanti di quel Jazz più veloce, dal ritmo sostenuto. Poi, arrivi ad "I'm old fashioned". La svolta. Il ritmo rallenta e la melodia sembra toglierti una collocazione spazio - temporale, ovunque tu sia. Ora sei a New York, poi a Brooklyn, a Bed-Stuy, sul set di un film di Spike Lee o sorseggiando un brandy sul tuo divano. Ovunque tu sia, il primo impulso è il pianto e tutto ciò ti toglie il fiato. Poi "Lazy Bird" e capisci che John Coltrane gioca con i tuoi sentimenti e ti riconcede sette minuti ritmo ed una melodia qui però malinconica, da spiaggia d'autunno.

Insomma avrete capito che John Coltrane non è paragonabile a nessun jazzista per la sua originalità nei temi e per la sua spinta propulsiva, a cavallo fra l'Hard - bop ed il Free - Jazz. Per poter apprezzare a pieno la grande intensità dell'espressione artistica di John Coltrane bisogna sentire la vostra e la sua anima vibrare all'unisono, in uno stato psicologico in cui i confini individuali si annullano e si riesce a percepire davvero l'essenza della creazione. 

postato da: SpikeLee1987 alle ore 14:38 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 22 dicembre 2005

Correvi tra le mura di casa, tra sogni, speranze e rumori.

Lieve sfioravi la vita che giammai pensavamo, un giorno, sarebbe finita.

La tua voce ancora la sento, tra le strade ormai prive di suoni

Tra quei volti ormai erosi dal tempo,

Tra le donne che stanche trascinano

I corpi, di fattezze, mutati.

                                                                               

postato da: SpikeLee1987 alle ore 16:31 | Permalink | commenti
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domenica, 06 novembre 2005

Ritratto struggente di una vita tormentata, il nuovo album degli Antony & The Johnsons , "I am a bird now" , è una delle opere più belle del duemilacinque. Lo ascolti e la voce profonda, vibrante di Antony, sembra ti rapisca, ti porti altrove, ti sveli la sua anima in ogni canzone e spesso sembra toccare anche la tua.

Il tuo cuore dopo l'ascolto, non sarà più lo stesso e difficilmente potrai fare a meno della sua musica, del suo pianoforte che si insinua nella tua mente, portando sogni, speranze e disillusioni.C'è un'entità dentro te, che sembra voglia urlare al mondo che qui sulla Terra c'è qualcosa che non va e che andrebbe cambiato.

Antony, il ragazzo di New York City, col suo soul bianco,colmo di pathos e moto interiore, sembra incarnare più personalità, anche perchè risulta assai difficile accostarlo ad un artista in particolare. Di canzone in canzone, sembra abbia la potenza di Otis Redding, oppure l'eleganza di Billie Holiday  e per concludere, la capacità interpretativa di Jeff Buckley.

Impreziosito da presenze eccellenti, come Lou Reed, che ha portato Antony sotto la sua ala protettrice, il cd vanta anche la partecipazione di un Boy George ritrovato e dei grandi amici, Rufus Wainwright e Devendra Banhart. Forse una sola parola può racchiudere il senso di questo album : unico.

Non posso far altro che consigliarvelo.

postato da: SpikeLee1987 alle ore 22:29 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 05 novembre 2005

"Ci vorrebbe un nome un po' più...un po' meno...non so,qualcosa che dia l'idea di...". Dopo giorni tormentati da una domanda che assilla i bloggers alle prime armi di tutto il Web, notti insonni e capelli persi sul cuscino, finalmente sono in rete,con un nome che, almeno per ora, mi sembra appropriato.

Letteralmente, l'euphonia o eufonia, significa : "Impressione gradevole che si produce quando dati suoni si incontrano".Noi, che viviamo, lavoriamo o studiamo in luoghi sempre più rumorosi, tra martelli pneumatici e radio che urlano la nuova offerta "vantaggiosa" di una compagnia telefonica, cerchiamo nelle cose belle o che almeno ci appaiono cosi', un luogo riparato dal quale osservare la realtà senza compromettere gli organi di vitale importanza. Mi sembrava adatto nel descrivere la mia e credo anche la vostra condizione.

La ricerca di un luogo, che ci faccia stare bene oppure, di un altro, legato alla fantasia e frutto della nostra immaginazione, che si materializza quando ascoltiamo o vediamo qualcosa che alle nostre orecchie o ai nostri occhi appare cosi' perfetto e puro, da isolarci da ciò che è al di fuori del nostro Io più profondo.

Questo blog inoltre, nasce anche da una necessità personale, che non poteva più attendere, di condivisione.Condividere un emozione, una canzone come un film o una lettura, un pensiero sull'attualità...

 

postato da: SpikeLee1987 alle ore 11:34 | Permalink | commenti (1)
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